Vietato dire “Non ce la faccio”: Riflessioni su questo periodo Coronavirus

Vietato dire non ce la faccio.

Ma non chiamatela guerra.

Sono nata e cresciuta in Lombardia. L’ho sempre detto con un certo orgoglio.

Sono figlia di un piccolo imprenditore e di una commerciante. Per me questo ha sempre voluto dire vederli uscire di casa prima delle sette della mattina e rientrare spesso dopo le otto di sera. Da loro ho imparato cosa vuol dire il sacrificio. E anche questo l’ho sempre detto e lo dico con un certo orgoglio.

Sacrificio e Lombardia sono stati un binomio imprescindibile che abbiamo conosciuto in queste lunghe settimane di emergenza da Corona Virus.

Dall’inizio di marzo ogni telegiornale e giornale ci ha mostrato giorno dopo giorno un quadro drammatico in cui la nostra Italia versa.

Brescia, Bergamo, Cremona, sono state le città più colpite dal virus e che sono state messe drammaticamente alla prova. Giorno dopo giorno i dati dei contagiati, degli accessi alle terapie intensive e purtroppo dei decessi continuavano a salire. Gli ospedali al collasso, turni infiniti di medici e infermieri.

Ma sono state città, tutte, che non hanno mai perso la forza e il coraggio e che sono andate avanti. Orgogliose.

Anche se tutti stanno parlano di una guerra io in realtà non credo si possa davvero definire tale.

Durante tutte le guerre che si sono combattute nel corso della storia si combatteva insieme. Uno affianco all’altro. Si era insieme al fronte, era più facile stringere le amicizie, guardarsi le spalle, tenersi compagnia e confortarsi durante i momenti più duri.

Si era insieme. Si condivideva, anche se poco, ma si condivideva.

Oggi siamo isolati. Chiusi nelle nostre case. Nessun contato sociale. Niente, baci, abbracci , niente  convivialità tanto importante per noi italiani. Stiamo perdendo il nostro modo di essere sempre stati spontanei.

Se rifletto la situazione su di me sento di essere una privilegiata. Fin ora sto bene, sono a casa con mio marito e mia figlia;  anche se i miei genitori e la mia grande famiglia mi mancano davvero tantissimo.

Ma ci sono tante situazioni diverse dalla mia. Ci sono molte persone sole, che non possono condividere il proprio tempo con nessuno. E il più delle volte queste persone sono proprio gli anziani.

Come tanti anziani, i nostri nonni, la nostra memoria sono da soli in ospedale.

Già, perché questa assurda malattia non ti lascia la possibilità di ricevere visite in ospedale e nemmeno la dignità di morire con accanto le persone a te care. Ci viene negato anche l’addio.

Citando Einstein però questa crisi potrebbe essere, alla fine, una benedizione per tutti noi.

Forse abbiamo capito e stiamo capendo chi fa davvero la differenza in questo Paese, chi salva le vite. Medici, infermieri, operatori sanitari. Chi si occupa di tenere pulito le strutture sanitarie. Chi accudisce gli anziani nelle case di riposo. Chi giorno dopo giorno con fatica apre il proprio negozio o supermercato. Chi tiene pulito le nostre strade. Chi le veglia, chi ci protegge ed infine chi ci accompagna verso la nostra ultima destinazione.

Poi ci siamo noi che stiamo facendo la nostra parte, restando a casa e riscoprendoci generosi ed altruisti, donando ai tanti ospedali, capendo che il bene di ognuno per una volta corrisponde al bene di tutti.

Vedendo tutto quello che siamo stati capaci di fare in queste cinque settimane mi fa dire a grande voce che non sono solo orgogliosa di essere lombarda ma anche di essere italiana!

Siamo un grande Paese. Lo siamo sempre stato. Ricominceremo a esserlo.

 

Mariolina

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